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Maurizio
Ferrandini
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13-6-2025 Quello che non c'è - Opera rock in tre atti
Cominciamo dicendo che siamo di fronte a qualcosa di importante, un lavoro in cui Maurizio Ferrandini ha dato il meglio di sé, un’opera musicale di straordinaria qualità. L’album classico inteso come sequenza di canzoni è sempre andato stretto a Ferrandini, che specie nei suoi lavori più recenti ha proposto un corpus organico, un discorso musicale legato ad una specifica tematica. Nella sua corposa discografia troviamo vari concept album, e nell’ultimo disco di inediti risalente al 2017, Twino-Lux & Patty Moon – 2999, Ferrandini era andato oltre, coniugando musica e letteratura, accompagnando le canzoni del disco ad un libro allegato. Con Quello che non c’è, pubblicato dall'etichetta TuneCore, andiamo oltre, perché le canzoni costituiscono una vera e propria opera rock. In Italia il primo lavoro di questo genere è il notevole Orfeo 9 di Tito Schipa jr, uscito nel 1970, che analogamente a questo lavoro di Maurizio Ferrandini, coniugava il rock ad elementi prog e di canzone d’autore. Orfeo 9 fu girato in video come film, ed ebbe anche una rappresentazione teatrale. Alle sedici canzoni dell’album è associato un bel booklet di 80 pagine, con splendide immagini che sembrano quadri, e una serie di dialoghi non presenti su disco, che intercalano i testi delle canzoni. Il consiglio è di prendersi del tempo (chi conosce i lavori di Ferrandini coglierà la citazione) per ascoltare i pezzi durante la lettura del booklet, seguendo i dialoghi che aiutano a comprendere meglio le canzoni.
Partiamo con il primo atto. I protagonisti dei dialoghi sono un bambino, un uomo e un coniglietto che rappresenta quel che resta di ciò che hai amato e quel che puoi ancora amare.Punto zero è l’eccellente pezzo di apertura, che esordisce con un lungo assolo di chitarra, molto prog. Le chitarre suonano in maniera divina in questo disco, grazie anche alla presenza dell’ottimo Tony Bellardi. Il punto zero può essere un inizio o una fine, a seconda da che parte lo si guardi. Il passato si sente ma non si vede più. La strada è il futuro, si va avanti con entusiasmo ed ottimismo, contro tutto e tutti. Segue la magnifica Quello che non c’è, in cui l’uomo (uno che è stato te, che ti guarda da lontano...) incoraggia il bambino ad andare avanti, a fare ancora ciò in cui crede, contro tutte le mode e le tendenze, e raccontare il mondo anche se non è sempre bello. Ma con le canzoni si può renderlo migliore. Un pezzo toccante, così come il successivo I miei giochi.
La marcia degli automi è un pezzo più aspro. Gli automi siamo noi umani, globalizzati, manovrati dall’alto e conformati agli standard sotto tutti gli aspetti: gli abiti, la musica, i programmi tv, gli smartphone, e via dicendo. Chi prova a deviare dalla linea 8 tracciata dal Potere, è considerato un pazzo ed è tagliato fuori dai giochi.Ecco che fa il suo ingresso in scena Il monarca del vento, l’ingannatore, l’accalappiatore che svuota le tasche con i suoi trucchi. Tutta apparenza e niente sostanza, vano e fugace come una bolla di sapone. Segue la toccante Stigmate, che simboleggiano l’arte, che i accarezza e poi ti ferisce Chi possiede questo dono, l’estro dell’artista, non può esimersi dall’esternarlo e lasciarlo andare a briglia sciolta, a proprio rischio. Perché la sensibilità artistica rende, per contro, l’animo più vulnerabile alle offese. Struggente la melodia, perfettamente armonizzata con il testo giocato sulle parole sdrucciole.
Arriviamo alla fine del secondo atto con Eleganza sporca, una delle vette di eccellenza, ma non l’unica, di questo meravigliosa opera. Ferrandini smaschera l’ipocrisia e la falsità dei social, dove tutti appaiono felici e sorridenti, tra abiti griffati, filtri e botox, ma dietro il sottile velo della finzione traspaiono la sporcizia e il tanfo della vita reale. Capolavoro, geniale.Si riapre il sipario con Quello che non c’è – Atto secondo, una “ripartenza”, perché il viaggio non può finire qui. La canzone vira sul prog, la chitarra in piccole mani ci lascia attoniti con un assolo superlativo. Il pezzo successivo si intitola Musica di sottofondo, per antifrasi ciò che non è questa opera, che è invece da gustare con la massima attenzione. Abbandonarsi agli Echi, spegnere il cellulare, dimenticare i social e seduti su una panchina riscoprire l’immensità di un giorno di sole. Il terzo e conclusivo atto dell’opera si apre con Mondocane, che richiama la tematica de La marcia degli automi. L’umanità è ridotta a un branco di cani aggressivi, che obbediscono ciecamente al fischio del padrone. Inizia Quello che non c’è – Atto III, un altro pezzo prog con una lunga parte strumentale, in cui la magica chitarra di Bellardi la fa da padrone. Quello che non c’è può ancora arrivare. La speranza non muore.
Contro la falsità e l’ostilità di un mondocane cosa si può ancora fare? Ferrandini ce lo spiega nell’emblematica Creare, creare, creare, altra canzone apicale del disco.Chi possiede il dono delle stigmate, il talento dell’artista, può vincere contro i format, l’omologazione, le scopiazzature, per la sua capacità creare il nuovo, l’originale, l’arte. Se non per gli altri, per sé. E questo è vitale. La splendida poesia finale Piume racchiude in pochi magistrali versi tutto il senso dell’opera: quello che non c’è, se sai crearlo diverrà realtà... basta una nota e tutto può cambiare. La coda strumentale In calce ci lascia attoniti e commossi da un lavoro grande, meraviglioso, l’opera della maturità, il vertice artistico dell’opera di Maurizio Ferrandini. Chapeau! “Quello che non c’è” è disponibile su tutti gli Store online. |