Gli scritti di Antonio Pezzullo
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GALLERIA DORIA PAMPHILJ - ROMA
Foto: personali
Il Palazzo Doria Pamphilj di Via del Corso è uno dei più grandi palazzi privati abitati a Roma. Conserva una delle più belle collezioni private d’arte antica. Questa magnifica collezione nacque nel 1651 quando Giambattista Pamphilj diventò papa col nome di Innocenzo X ed incaricò il nipote Camillo di curarsene. Oggi la Galleria d’arte ospita capolavori famosi in tutto il mondo, tra cui spiccano opere di Velazquez, Gian Lorenzo Bernini, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Lippi, Carracci, Reni, vari pittori fiamminghi e tanti altri grandi artisti.

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Sale della Galleria
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Sala degli Specchi
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Tiziano
Angelo col tamburello (1508)

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È un frammento molto bello di una pala d’altare smembrata nella chiesa di Santa Maria dei Servi, che si trovava a Ferrara fino al Seicento.
Gli studiosi moderni hanno rintracciato altri due frammenti dalla stessa pala, uno conservato in Russia e l’altro in Francia.
La pala sarebbe stata dipinta da un pittore attivo a Ferrara tra Quattro e Cinquecento, Nicolò Pisano, e in seguito ritoccata dal giovane Tiziano Vecellio, che qui raffigura un angioletto che suona il tamburello con grande dolcezza e delicatezza.
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Tiziano
Salomè (1515) – olio su tela 90x72 cm

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Il quadro rappresenta la scena in cui Salomè tiene su un vassoio la testa decapitata di San Giovanni Battista, assistita da un giovane inserviente.
Per nulla inorriditi, i due protagonisti sembrano tranquilli, fanno parte di una scena biblica ambientata in una stanza scura, rischiarata da un arco che si apre su un cielo limpido e sormontato da un amorino scolpito. Tiziano mette in risalto soprattutto la bellezza ideale della donna, che ha dei lineamenti dolci e splendidi. È un autentico capolavoro del grande pittore veneziano.
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Raffaello
Doppio ritratto (1516) - olio su tela 74x107 cm
È il doppio ritratto di due scrittori veneti, identificati come Andrea Navagero e Agostino Beazzano. I due sono abbigliati alla moda, con abiti scuri di materiali diversi, uno lanoso e uno di velluto. Entrambi i personaggi rivolgono lo sguardo allo spettatore ed hanno un braccio appoggiato su un parapetto, che più o meno coincide col bordo inferiore del quadro. Raffaello utilizza questa tipologia del doppio ritratto quando era abbastanza insolita per l'epoca: il successo di quest’opera comportò che questa modalità si sviluppasse anche in seguito.

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Selfie con tre capolavori pittorici della Galleria
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Guercino
Endimione dormiente (1647) - olio su tela 125×105 cm
Quest’opera del Guercino, uno degli artisti della scuola pittorica emiliana operante a Roma nell’epoca del Barocco, raffigura la figura a torso nudo di questo personaggio mitologico che dorme appoggiato ad un blocco di pietra. Sullo sfondo si vede un paesaggio notturno in parte rischiarato, nella parte destra, dal chiarore di una falce di luna. Il sonno simboleggia una condizione di sospensione del tempo e di contemplazione.
Raffaello
Ritratto di Giovanna d’Aragona (1518) - olio su tavola 120x95 cm
È un ritratto per il quale il grande urbinate, uno dei più grandi pittori di tutti i tempi, probabilmente utilizzò lo stesso cartone preparatorio di un altro suo dipinto avente lo stesso soggetto, che oggi si trova al Louvre. Quello che differenzia i due quadri è l'età delle modelle: una ventina d’anni anni la donna del ritratto oggi al Louvre, una quarantina d’anni la donna di questo ritratto alla galleria Doria Pamphilj.
Annibale Carracci
Paesaggio con fuga in Egitto (1602-04) - olio su tela 122x230 cm
È un quadro a forma di lunetta che ha come soggetto l’episodio evangelico della fuga in Egitto della Sacra famiglia. Esso faceva parte di sei dipinti a forma di lunette che il cardinale Pietro Aldobrandini aveva commissionato al pittore emiliano operante a Roma per decorare la cappella privata del palazzo di famiglia. Oggi le “lunette Aldobrandini” si trovano nella Galleria Doria Pamphilj anche se solo questa si può considerare completamente dipinta dal maestro emiliano mentre le altre furono completate dai suoi assistenti.
Per la sua interpretazione bilanciata e razionale e per l'idealizzazione della natura, quest’opera rappresenta una pietra miliare della pittura “di paesaggio” del Seicento. L’artista crea una perfetta fusione sentimentale tra i personaggi sacri, la loro storia e il paesaggio circostante.
Carracci mette in scena una visione grandangolare, dove la famiglia è minuscola e sperduta in un grandioso paesaggio. Volendo fare il confronto col quadro del Caravaggio, anch’esso presente in Galleria con lo stesso soggetto, al contrario è come se quest’ultimo usasse il teleobiettivo, riprendendo con un potente zoom il riposo più celebre della storia biblica.
Annibale Carracci
Susanna e i vecchioni – (1604) olio su tela 57x86 cm
La scena è tratta da un antico episodio biblico. Susanna è una giovane donna ebrea, vestita con una tunica candida come la sua pelle e sta per lavarsi, d’estate, nello splendido giardino della propria casa. Su di lei, in atto di spiarla, si avventano, tirandole la veste e intimandole il silenzio, due intrusi anziani (i vecchioni) che minacciano di denunciarla al marito per un tradimento inesistente a meno che non si concedesse a loro. Sdegnata, Susanna si rifiuta e i vecchioni la denunciano. Sta per essere condannata da una giuria popolare quando a sua difesa interviene il profeta Daniele con le sembianze di un ragazzo che ammonisce la giuria prima di condannare una donna innocente. Rivolge così delle argute domande ai suoi accusatori smascherando la loro falsa testimonianza, scagionandola e facendo condannare i vecchioni. L’episodio biblico ha ispirato tanti artisti, sia prima che dopo il dipinto del Carracci, ma quest’opera sia dal punto di vista cromatico sia dal punto di vista del significato morale, si basa sulla dicotomia tra bene e male, tra chiaro e scuro: i vecchioni sono figure negative, contraltare della virtuosa Susanna. Tanto lei è pura e desiderosa di libertà, coraggiosa perché si oppone ai suoi aguzzini e li denuncia, tanto i vecchioni sono impuri, lussuriosi coi loro sguardi carichi di libidine.
È un capolavoro in pieno stile Barocco del grande pittore emiliano che, insieme a Caravaggio e a Rubens, è stato uno dei padri fondatori di questo movimento artistico protagonista del ‘600.
Sala Caravaggio
Una sala apposita della Galleria è dedicata a ben tre capolavori del Caravaggio: Maddalena Penitente, Riposo durante la fuga in Egitto e San Giovanni. Un quarto capolavoro del Merisi faceva originariamente parte di questa prestigiosa collezione, ossia la seconda versione della Buona Ventura, ma fu regalato nel 1665 al Re di Francia Luigi XIV (il Re sole) e per questo motivo oggi si trova al Louvre. Questi tre capolavori li ho già descritti nella sezione “I miei Caravaggio – Roma” per cui si rimanda la descrizione a questo link.

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I tre capolavori del Caravaggio nella Galleria Doria Pamphilj
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Pieter Brueghel (il vecchio)
Veduta del porto di Napoli – (1556) olio su tela 40x70 cm
L’opera del pittore fiammingo, che viene definito “il vecchio” per distinguerlo dall’omonimo figlio anch’esso pittore (il giovane), è una resa realistica del porto di Napoli: questa accuratezza e fedeltà dei dettagli riprodotti probabilmente è dovuta al fatto che l’autore doveva trovarsi sul posto quando creò il dipinto.
In primo piano s’intravede forse una battaglia navale, che coinvolge diverse imbarcazioni tra cui galee, velieri e altri più piccole. Sullo sfondo su vede la città ed il Vesuvio, raffigurati con un orizzonte rialzato, oltre la metà del dipinto, tipico degli artisti fiamminghi, che permette di dare un respiro più ampio alla veduta.
È possibile riconoscere diversi monumenti della città: a sinistra il Castel dell'Ovo, Castel Nuovo (Maschio Angioino) e la perduta Torre San Vincenzo, oggi non più esistente.
Filippo Lippi
Annunciazione (1445-50) – tempera su tavola 117x173 cm
Fra Filippo Lippi è stato uno dei massimi pittori fiorentini del Quattrocento. La peculiarità di quest’opera è data dal fatto, piuttosto inedito, che l’angelo giunge da destra e non da sinistra come era consuetudine in questo soggetto artistico. Probabilmente l’artista voleva usufruire al meglio l’illuminazione naturale dell’ambiente in cui era destinata l’opera. L’angelo ha la mano destra sul petto in segno di saluto mentre sopra le due figure si nota la presenza di una colomba, simbolo dello spirito santo. Questa Annunciazione si distingue per la ricerca luministica dell’artista, influenzata dalla pittura fiamminga.
Guido Reni
Madonna in adorazione del bambino (1625-27) – olio su tela 92x110 cm.
Il pittore emiliano Guido Reni è stato uno dei massimi esponenti del classicismo pittorico del Seicento. La composizione con la Madonna in preghiera che adora il bambino è una sua invenzione che, a seguito del successo riscontrato, ha poi avuto numerose repliche e varianti prodotte dalla sua bottega artistica. Questo dipinto può essere letto come una prefigurazione del sacrificio di Gesù.
Ludovico Mazzolino
Cristo e i dottori (tavola cinquecentesca)

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Ludovico Mazzolino è stato un artista ferrarese attivo alla corte del duca di Ferrara Ercole d’Este. Il pittore è conosciuto per i suoi dipinti devozionali, in prevalenza destinati al collezionismo privato, dove presenta uno stile un po' primitivo, in confronto alle moderne classicità allora emergenti. Non si conosce l’origine e la committenza di questa tavola cinquecentesca ma la sua bellezza fu notata al punto che entrò nelle collezioni della Galleria. Qui è raffigurato il celebre episodio evangelico quando un giovanissimo Gesù (12 anni), all’insaputa dei genitori, entra nel tempio di Gerusalemme e discute per tre giorni con i dottori della Legge, meravigliando tutti per la sua sapienza.
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Juan Brueghel
Madonna con bambino e animali (1604) - olio su tavola
L’opera raffigura la Madonna seduta in un paesaggio ricco di fiori e animali, col bambino in grembo. Più indietro s’intravede San Giuseppe.
Figlio di Pieter Brueghel, Juan è dunque un pittore fiammingo del Seicento che in quest’opera espone minuziosamente i dettagli e diverse micro scene: sono rappresentati un cane, una volpe, diversi uccelli, un granchio, un gufo, un pappagallo, una rana e persino una lumaca. Alcuni critici ritengono che il dipinto sia una rappresentazione del Riposo durante la fuga in Egitto della Sacra famiglia, in un ideale paesaggio bucolico, dai colori brillanti ed inondato di luce.
Diego Velázquez
Ritratto di Papa Innocenzo X (1650) – Olio su tela 140x120 cm
Il celebre ritratto è uno dei capolavori più belli presenti in Galleria, ad opera del grande pittore spagnolo, che si trovava a Roma in quel periodo. Diego Velàzquez cattura nella tela lo straordinario realismo della figura di papa Innocenzo X. La leggenda narra che il papa quando vide la prima volta il ritratto finito abbia esclamato “Troppo vero”, colpito profondamente dal suo eccezionale realismo. Del resto, il pittore è stato uno degli artisti più rappresentativi dell'epoca barocca, al servizio del Re di Spagna Filippo IV ed un grande ritrattista.
Giovanni Battista Pamphili, diventato papa col nome di Innocenzo X, era considerato un uomo dal carattere difficile e riservato. Qui è rappresentato assiso sulla preziosa poltrona pontificia, dall’ampio schienale imbottito e decorata con due grossi pomelli scolpiti e dorati. Il volto non è al centro della composizione, tutta la figura è sbilanciata da una parte per lasciare spazio alla mano sinistra che regge il foglio con una dedica di Velásquez: «alla Santà di N.ro Sign.re / InnocentioX/ per Diego de Silva / Velàzsquez de la Camera di S. M.tà Catt.ca».
Il colore che domina l’intera opera è il rosso, declinato in ogni sua sfumatura: scuro e opaco lo sfondo, leggermente più chiaro lo schienale, la papalina illuminata con deboli riflessi, tutto per esaltare al massimo la superficie lucida della mozzetta, con riflessi quasi cangianti!
Il ritratto non è solo un’immagine del papa ma un’interpretazione profonda della sua personalità, del suo ruolo nella storia. È indubbiamente un capolavoro assoluto della ritrattistica del Seicento, una delle opere più prestigiose della Collezione, voluta proprio da questo Papa. Velázquez cercò di rendere sulla tela la psicologia del personaggio oltre che la sua effige.
Dato la particolare attenzione che l’opera sempre riscosse, intorno alla metà dell’Ottocento, Filippo Andrea V Doria Pamphilj volle isolarlo dagli altri in collezione, facendo realizzare appositamente per esso uno speciale camerino a un’estremità del primo braccio della Galleria, dove tuttora si trova.
Gian Lorenzo Bernini
Busto di Papa Innocenzo X (1650)
Il busto scolpito nel marmo bianco di Carrara è il ritratto di un Innocenzo X più anziano rispetto a quello ritratto dal Velàzquez. È una scultura austera e solenne, questa è la seconda versione di un’altra scultura che Gian Lorenzo Bernini dedicò al pontefice.
Probabilmente, il più grande scultore del Seicento e del Barocco fece nello stesso anno questa seconda versione, definitiva, perché aveva riscontrato delle imperfezioni nella prima versione, anch’essa oggi presente nella Galleria Doria Pamphilj.
Alessandro Algardi
Busto di Papa Innocenzo X (1648)
L’opera è un ritratto del pontefice Innocenzo X, scolpito dall’artista che era noto per la sua accuratezza fisionomica. La caratteristica piega fra le sopracciglia incurvate, le rughe, le occhiaie danno al ritratto una espressione abbastanza risoluta.
Il pontefice appare più massiccio e caratteriale rispetto al solenne busto del Bernini anche se è rappresentato più vecchio e affaticato rispetto al dipinto del Velàzquez.
È realizzato in porfido egiziano e in bronzo. Fu realizzato poco prima del Giubileo del 1650.
Jan Van Kessel (il vecchio)
Natura morta – olio su tela
Jan van Kessel fu membro della celebre dinastia artistica dei Brueghel, essendo nipote di Jan Brueghel il Vecchio. Questo pittore fiammingo del Seicento si distinse per composizioni minute e dettagliate su temi naturalistici, allegorie dei quattro elementi e paesaggi esotici. Realizzò quadri con animali, fiori, insetti e soprattutto splendide nature morte raffigurate su tavole riccamente imbandite, unendo abilità pittorica e rigore scientifico.
Questa grande “natura morta” presente alla Galleria Doria Pamphilj mi ha particolarmente colpito per la ricchezza degli elementi rappresentati, in particolare per il loro realismo: i vasi di fiori sembrano appena colti dal campo mentre le ostriche sembrano appena pescate e messe in tavola!
Ci sarebbero ancora tanti capolavori, anche meno noti, della Galleria Doria Pamphilj da ricordare ma qui ho fatto una selezione in base a quelli che personalmente mi sono piaciuti di più.
Antonio Pezzullo
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