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Gli articoli di
Antonio Pezzullo



GALLERIE DELL’ACCADEMIA - VENEZIA
Foto: personali


Le Gallerie dell’Accademia di Venezia costudiscono la più importante collezione di pittura veneta esistente al mondo. Il complesso architettonico che oggi ospita le gallerie dell'accademia di Venezia è composto da più edifici storici: la chiesa di Santa Maria della carità, il suo convento - la cui parte cinquecentesca si deve al genio di Palladio -  e gli spazi della Scuola Grande omonima. Le Gallerie presentano, in numerose sale, un articolato percorso espositivo che spazia dalla pittura del Trecento a quella del Settecento. Ne fanno parte alcuni capolavori assoluti come La Tempesta di GiorgioneLa Pietà di TizianoIl Ciclo delle Storie di Sant'Orsola di Carpaccio e Il Convito in casa di Levi del Veronese, ecc.
Come al solito, riporto tutti i capolavori che mi hanno maggiormente emozionato.


Giambattista Tiepolo
L’esaltazione della croce (1740 circa) – olio su tela 484 cm

L’originale tela “tonda” fu realizzata nei primi anni quaranta del Settecento per il soffitto della Chiesa veneziana delle Cappuccine. Rappresenta la scoperta della Vera Croce da parte di Elena, madre dell’imperatore Costantino, avvenuta durante un pellegrinaggio a Gerusalemme. La santa è rappresentata nell’atto di compiere un gesto trionfante davanti alla croce, fulcro di tutta la composizione, sovrastata da angeli e circondata da una schiera di astanti che assistono all’episodio miracoloso.



L’opera fu molto lodata dai suoi contemporanei, ancora oggi sorprende lo spettatore per la sua estrema luminosità, che mette in evidenza le straordinarie doti di colorista dell’artista che ha un suo inconfondibile stile pittorico.
Di questo maestro veneto le Gallerie ospitano, tra


l’altro, anche altre due opere magnifiche che mi sono piaciute come l’Istituzione del Rosario (1737-39) e Il Trasporto della Santa casa di Loreto (1743) che perciò non posso non riportare sotto. Indubbiamente, Tiepolo è il massimo pittore del Settecento veneziano e uno dei maggiori dello stile Rococò.



Mattia Preti
Omero (1635) – olio su tela 102x81 cm

Il “Cavaliere calabrese”, così denominato dai suoi contemporenei in quanto nacque in Calabria e fatto cavaliere da papa Urbano VIII per la sua attività nella città eterna, è stato uno dei massimi esponenti del Barocco e del “caravaggismo”, che nel Seicento imperava soprattutto a Napoli.
Nel dipinto viene raffigurato Omero, il grande poeta greco, estasiato al suono della musica, con un violino in mano, il capo reclinato e le labbra dischiuse in un momento d’intensa tensione emotiva, accentuata dal forte contrasto del chiaro e dello scuro presente nell’opera.
Il quadro ha una storia particolare: quando venne acquistato agli inizi dell’Ottocento, si pensava che fosse un quadro del Caravaggio, per lo stile ed i forti contrasti del chiaro-scuro. Fu il grande critico d’arte Roberto Longhi, il massimo esperto delle opere di Caravaggio, che nel 1943 chiarì l’equivoco e lo ricondusse al periodo giovanile di Mattia Preti. Da allora, la critica è unanime di questa attribuzione.



Curiosamente, si verificò una storia inversa per il Martirio di Sant’Orsola del Caravaggio oggi nella Gallerie d’Italia a Napoli: quando nel 1973 fu acquistato dall’ultimo proprietario (Banca commerciale italiana) si credeva un’opera di Mattia Preti ma successivamente un ricercatore napoletano scoprì una documentazione d’archivio che attestava la piena paternità del Caravaggio.


Luca Giordano
Deposizione (1660) – olio su tela 449x243 cm

Luca Giordano è stato uno dei massimi esponenti della grande scuola pittorica napoletana del Seicento nonché uno dei più influenti pittori del Barocco europeo.
Pur assumendo stili diversi a seconda del committente ed a seconda dell’opera che doveva realizzare, l’artista napoletano risulta a tutti gli effetti uno dei pittori più rapidi e prolifici della storia dell'arte (non a caso fu denominato “Luca Fapresto”), avendo all'attivo più di tremila opere eseguite, lavorando sia su committenza pubblica sia su quella privata.
Questa grande tela fu commissionata a Giordano, che non risulta sia mai stato a Venezia, dalla famiglia Zanardi per la loro cappella nella chiesa veneziana di Santa Maria del Pianto nel sestiere di Castello.
L’effetto prodotto di quest’opera, dallo stile neo caravaggesco e barocco, fu notevole in una Venezia ancora impregnata di classicismo cinquecentesco.



I notevoli consensi dell’opera fecero sì che il dipinto fosse copiato varie volte, soprattutto con copie provenienti dagli allievi della sua bottega, eseguite per soddisfare una richiesta impellente sull’onda del successo del capolavoro veneziano.


Piero della Francesca
San Girolamo e un devoto (1458-59) – olio su tavola 49x42 cm

Si tratta di una delle rare opere firmate da Piero delle Francesca, come si vede nell’elegante scritta in lettere, incisa nel legno del tronco che sostiene il crocifisso.
San Girolamo, vestito con una tunica stretta ed una cintura fatta di rami spinosi, seduto su una panchina in pietra, è ritratto mentre sospende la lettura della Bibbia per l’arrivo di un devoto, da identificare con il committente del dipinto, Girolamo Amadi, identificabile grazie alla scritta (abbreviata) posta in basso, sotto di sé. Il paesaggio sullo sfondo ricorda le colline toscane di San Sepolcro, paese natale di Piero, uno dei più grandi pittori del Quattrocento.
Il dipinto mostra una solennità che in parte rimanda al capolavoro del maestro: la Resurrezione.





Giovanni Bellini - olio su tavola 58x107 cm
Madonna col Bambino tra le sante Caterina e Maria Maddalena (1490)

Tra le numerose opere del grande pittore veneto Giovanni Bellini, mi ha colpito questa tavola.



Nell’opera, destinata alla devozione privata, è possibile che Bellini raffigurasse due donne del patriziato veneziano, atteggiate e abbigliate come Santa Caterina d’Alessandria, dalla acconciatura regale con fili di perle ispirata ad un modello antico, e Maddalena, bellissima giovane dai capelli sciolti. L’opera è detta anche “Sacra Conversazione” tra la Vergine, il Bambino e le due sante, si svolge in un ambiente indefinito, in una stanza buia entro la quale la pelle traslucida dei protagonisti sembra splendere di luce propria. Le Gallerie conservano altre splendide Madonne di questo pittore veneto, protagonista del Rinascimento.


Madonna col Bambino in piedi benedicente (1480) – Madonna degli alberetti (1487)



Giovanni Bellini
Madonna dei cherubini rossi (1485) – olio su tavola 77x60 cm

È un’altra splendida Madonna col Bambino del maestro veneto del Quattrocento. Le due figure protagoniste sono rappresentate come un busto in primo piano, madre e figlio si guardano reciprocamente in modo partecipato, i loro volti ed i loro gesti sono molto dolci e sono ben illuminati dalla luce. Sullo sfondo si vede un dolce paesaggio tipicamente belliniano, descritto minutamente quasi “alla fiamminga”. Nel cielo limpido ci sono delle nuvole vaporose con al di sopra degli angeli cherubini, dipinti di un color rosso acceso, colore non comune che suscita la meraviglia dell’osservatore e che dà il titolo a questo capolavoro.





Paolo Veronese
Convito in Casa di Levi (1573) – olio su tela 560x1309 cm


Insieme a Tiziano (una generazione più anziano) e a Tintoretto, Paolo Veronese è considerato uno della triade d’artisti che ha dominato la pittura veneziana del Cinquecento.
Questa enorme tela è indubbiamente uno dei capolavori assoluti presenti nelle Gallerie e
nella sua maestosità ricorda un’altra sua famosissima opera, ossia Le Nozze di Cana oggi al Louvre. Il telero fu eseguito per il refettorio del convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo in sostituzione di una tela di analogo soggetto di Tiziano bruciata in un incendio.



L’opera è celebre anche per essere stata al centro di un famoso episodio di “censura” artistica da parte del Sant’Uffizio, che accusò il pittore di eresia per aver trattato senza il giusto decoro il tema dell’Ultima Cena, trasformandola in un banchetto e arricchendola di figure inusuali. Ad es. figure come il servo che perde sangue dal naso, il buffone nano con il pappagallo e alcuni alabardieri “armati alla tedesca” non furono approvati dalla censura. Veronese si difese rivendicando la “licenza artistica” del pittore (come facevano ad es. i poeti) ad usare figure più fantasiose come “ornamento”, che erano state comunque poste all’esterno dello spazio occupato da Cristo. Il maestro fu però obbligato a “correggere gli errori” nel dipinto, che di fatto era già ultimato. A quel punto l’artista modificò semplicemente il soggetto, trasformando quella che doveva essere una Ultima Cena, in un Convito in Casa di Levi, conservando la scena di un banchetto che in realtà è quella in casa del fariseo raccontato nel Vangelo di Luca.


Dettagli del Convito in Casa di Levi


Giorgione
La Tempesta (1503-04) – olio su tela 82x73 cm


È uno dei capolavori più celebri della collezione, si tratta probabilmente di un omaggio appassionato alla magia della natura. L'opera è uno dei primi esempi (se non il primo), nella storia dell'arte occidentale, di paesaggio rappresentato su una tela. Squarciato dal celebre fulmine, non si sa se il paesaggio sia reale o inventato così come non si comprende il nesso tra la donna seminuda (probabilmente una gitana) che allatta il proprio bambino e un soldato in piedi appoggiato ad un'asta che li guarda. Tra i due personaggi non c’è dialogo, sono divisi da alcune rovine e da un ruscelletto. L’iconografia misteriosa, incentrata su questi due personaggi di cui non si comprende la relazione, ha stimolato le interpretazioni più varie e fantasiose, anche in relazione al significato del paesaggio e al cielo squarciato dal fulmine


che dà il titolo al dipinto. Quella di Giorgione si può però definire la Tempesta più conosciuta al mondo!


Giorgione
Il Concerto (1507) – olio su tela 86x70 cm


Giorgio Barbarella o Giorgio da Catelfranco, detto Giorgione, è uno dei massimi esponenti della pittura veneta tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento (ossia del Rinascimento più maturo) ma anche uno dei più enigmatici della storia della pittura. I significati iconografici di molti suoi lavori sono ancora oggi oggetto di numerosi dibattiti e controversie tra gli studiosi.
Questo Concerto non fa eccezione. Il protagonista in primo piano poggia la mano su un oggetto che in passato era stato confuso con una pietra: ciò aveva indotto a identificare l’uomo nell’eroe biblico Sansone, costretto a girare una macina dopo la sua cattura. Le moderne indagini radiografiche e l’ultimo restauro hanno permesso, invece, di rilevare tale oggetto come uno strumento musicale a corda rovesciato e di identificare il dipinto con le “Tre grandi teste che cantano” che nell’inventario dell’antico proprietario (il nobile veneziano Gabriele Vendramin) l’identificava già come opera del Giorgione. Ora questo prezioso dipinto, chiamato anche Davide cantore, è stato concesso al museo in comodato d’uso da un collezionista privato.


Giorgione
La Vecchia (1506) - olio su tela 68×59 cm

La Vecchia, insieme alla celeberrima Tempesta e al Concerto, formano le tre opere che un tempo facevano parte della collezione del nobile veneziano Gabriele Vendramin: sono considerate dei caposaldi nella ristretta produzione artistica del Giorgione.



La Vecchia è un dipinto che sorprende ancora oggi per l’assoluta peculiarità del suo soggetto, un’anziana signora raffigurata con estremo realismo, il volto segnato dal tempo da profonde rughe e la dentatura imperfetta o mancante.
Il significato recondito potrebbe essere forse anche più complesso di una semplice meditazione sul tema della caducità della vita. Anche qui, il Giorgione conferma la sua bravura ed il fascino enigmatico della sua arte.



Tiziano Vecellio
Pietà (1575-76) – olio su tela 389x351 cm

Il dipinto venne ideato da Tiziano per la cappella del Cristo nella Chiesa dei Frari a Venezia in cambio della concessione di venirvi sepolto. Il maestro era orami vecchio e malato, nonostante ciò riuscì a creare la sua opera più drammatica, una delle più estreme della pittura occidentale. Purtroppo, non gli valse una tomba poiché le trattative non giunsero a buon fine.
Oggi nella Chiesa dei Frari, sopra l’altare centrale, troviamo un’altra sua opera dipinta molti anni prima, una maestosa e bellissima Assunta, che è un altro indiscutibile capolavoro di questo straordinario artista protagonista della pittura del Rinascimento più maturo.
L'opera rimase nella sua bottega per poi trovare, presumibilmente nella prima metà del Seicento, una nuova collocazione nella chiesa di Sant'Angelo a Venezia, da dove giunse poi alle Gallerie.



Il significato di questo masterpiece, concepito dunque per una sepoltura, è incentrato sui temi della morte, del sacrificio eucaristico e della resurrezione, cui alludono numerosi elementi simbolici. Nella Pietà Tiziano raffigura anche sé stesso: egli è il vecchio prostrato dinanzi al corpo senza vita di Cristo, tradizionalmente identificato in Nicodemo o Giuseppe d'Arimatea.
La tecnica pittorica è quella tipica delle sue ultime opere ed è caratterizzata da colori cupi che sono stesi con pennellate ricche e veloci, che creano effetti di luce, ombre e profondità. Superando il disegno preparatorio tipico dei maestri fiorentini, Tiziano dipingeva le forme e i contorni solo attraverso variazioni del tono di colore per ottenere questi effetti: in questo modo perfezionò la tecnica tipica della tradizionale pittura veneta: la pittura tonale.
Poiché Tiziano morì prima di finirla nel 1576, l’opera fu completata da un suo allievo, Jacopo Palma il Giovane, come dice la scritta in basso al centro: “Quod Titianus inchoatum reliquit / Palma reventer absolvit deoq dicavit opus” (ciò che Tiziano lasciò incompiuto, Palma con reverenza portò a termine e dedicò a Dio l'opera). L'intervento di Palma è comunque limitato all'angelo con la fiaccola, mentre il grande maestro veneziano ha sostanzialmente dipinto tutto il resto.


Tiziano Vecellio
Presentazione di Maria al tempio (1534-38) – olio su tela cm 335x775


Questa grande tela fu concepita e collocata nella Sala dell'Albergo della Scuola Grande di Santa Maria della Carità, quindi nell’ambiente originale che oggi fa parte delle Gallerie dell’Accademia. ll dipinto si adattò alla forma della parete, prevedendo ad esempio il taglio nella zona inferiore a destra, mentre in quella a sinistra fu forzatamente aperto successivamente.



L’episodio rappresentato è quello della piccola Maria – il protovangelo di Giacomo ci dice che aveva solamente tre anni – che viene presentata al Tempio del Signore dai suoi genitori Gioacchino e Anna. Si trattava di una festa che veniva celebrata nel rito bizantino ed introdotta successivamente anche nel rito cattolico.
La scena è grandiosa e dominata da architetture classiche. Maria bambina, con un nimbo luminoso che l’avvolge, sta salendo da sola la scalinata del tempio, dove stanno per accoglierla alcuni sommi sacerdoti. Ai piedi delle scale, la madre Anna si porta la mano al petto per l’emozione, dietro ci sono altre persone che si affollano in strada ad osservare la scena mentre altre figure si affacciano dalle finestre e dai balconi per assistere all'evento. Tiziano raffigura qui anche una serie di nobili personaggi veneziani suoi contemporanei. Completano il capolavoro lo scorcio di vari edifici e lo sfondo paesaggistico, con una sfumatura cromatica contrastante tra colori caldi nella parte cittadina e freddi nel paesaggio. Geniale!


Tiziano Vecellio
Madonna col bambino (1560-65) – olio su tela cm 124x96


Le dimensioni e il soggetto suggeriscono che forse si trattava di un dipinto destinato alla devozione privata. Raffigurata con tratti delicatissimi e bellissimi, la Madonna è seduta ed indossa un abito rosso e manto grigio-azzurro. Si rivolge con uno sguardo dolce e malinconico al Bambino adagiato sulle sue ginocchia, è una scena piena di affetto tra madre e figlio ma anche di malinconica consapevolezza: lo sguardo che i due protagonisti si scambiano presagisce quel destino di sacrificio a loro già noto e inevitabile.
L’esecuzione pittorica a pennellate veloci e sovrapposte è tipica della tarda maturità dell’artista.


Tintoretto
Madonna dei Tesorieri (1566-67) – olio su tela cm 221x520 cm


Questo splendido dipinto, da annoverare tra i capolavori di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (il nome d’arte gli derivò dal mestiere paterno, tintore di tessuti di seta) è conosciuto anche come la Madonna dei Camerlenghi, ossia i tesorieri che amministrano le finanze della Chiesa.
In primo piano vediamo tre tesorieri, probabilmente i committenti del dipinto, che sono splendidamente vestiti in abiti rosso scuro e sono pieni di deferenza davanti alla Madonna col bambino. Dietro i camerlenghi ci sono i segretari, vestiti in abiti neri, che tengono i sacchi di denaro. Gli abiti che vanno dal rosso scuro al nero sottolineano la nobile luminosità del dipinto: un alto esempio di colorismo veneziano con il suo potere decorativo ed espressivo.
Il paesaggio dietro è luminoso e arioso e, insieme all'immagine prospettica del pavimento, rinforzano la sensazione della profondità dello spazio. Il tema dei credenti che si incontrano con la Madonna, magari con l’intercessione dei santi, è abbastanza comune nella pittura veneta.

Tintoretto è un altro massimo esponente della pittura veneta del Cinquecento e del manierismo in generale.


Tintoretto
Trafugamento del corpo di San Marco (1562/66) – olio su tela 398x315 cm

Il dipinto illustra il momento drammatico in cui alcuni cristiani, approfittando di una pesante grandinata che mette in fuga i pagani che erano pronti a bruciarne il corpo. ad Alessandria d’Egitto trafugano il corpo di San Marco per salvarlo al rogo in cui era destinato.



Tale miracolo dà l’avvio alla leggenda del trafugamento delle reliquie del santo da Alessandria d’Egitto a Venezia. Tintoretto rappresenta in primo piano i cristiani, che sostengono il corpo del santo in posizione orizzontale, evidenziando così la loro determinazioe ed il pathos della scena, mentre il cielo tempestoso contribuisce a creare un’atmosfera di tensione e drammaticità.
Di grande effetto scenografico è la notevole profondità prospettica (un suo marchio di fabbrica), che descrive uno spiazzo molto ampio, forse ispirato sul modello di Piazza San Marco, dove le architetture del portico, sotto il quale si rifugiano gli aguzzini e gli astanti a seguito delle grandine, ricordano quelle dell’architetto, suo contemporaneo, Jacopo Sansovino.
Tintoretto prediligeva l'uso di fondi scuri per arrivare alla luce, creando effetti straordinari di chiaroscuri che sarebbero, poi, diventati fondamentali per l'arte di posteri come il Caravaggio.
Il dipinto è conosciuto anche col titolo di Messa in salvo del corpo di San Marco.


Vittorio Carpaccio
Ciclo delle Storie di Sant’Orsola (1490-95) – olio su tela

Vittorio Carpaccio è stato un pittore veneziano vissuto a cavallo tra il Quattrocento e Cinquecento, specialista nella produzione di teleri a Venezia. Ancora oggi è considerato il miglior testimone della vita, dei costumi e dell'aspetto della sua città di quegli anni.
Lo stupefacente ciclo pittorico delle Storie di Sant'Orsola è formato da nove teleri eseguiti dal tra il 1490 e il 1495 per la Scuola di Sant'Orsola a Venezia. Dal 1812, in seguito alle soppressioni napoleoniche, furono trasferite presso le Gallerie dell'Accademia.


Arrivo degli ambasciatori inglesi alla corte del re di Bretagna (1495)

Queste grandi tele raccontano mirabilmente la storia della martire cristiana Orsola.
Qui espongo solo alcune di queste opere per esigenze di sintesi e di spazio, che danno un assaggio della grandiosità di questo ciclo pittorico.
La tela sopra illustra l’Arrivo degli ambasciatori inglesi alla corte del re di Bretagna e rappresenta la prima parte della storia della santa, quando gli ambasciatori inglesi arrivano alla corte del re di Bretagna per chiedere l’unione matrimoniale della figlia, la principessa cristiana Orsola, con il loro principe pagano Ereo del regno d’Inghilterra. Secondo la leggenda, Orsola acconsentì al matrimonio solo dopo l’avvenuta conversione del principe al cristianesimo, con annesso pellegrinaggio a Roma.
La tela sotto illustra invece il Ritorno degli ambasciatori alla corte del re d’Inghilterra (1495), dove illustrano al loro re le condizioni poste dalla principessa bretone per acconsentire al matrimonio.



Durante il viaggio, la principessa fu catturata da Attila che, colpita dalla bellezza della giovane, voleva possederla. Al deciso rifiuto di Orsola, il re Unno la uccise insieme a tutti coloro che l’accompagnavano. Sotto vediamo il Martirio dei pellegrini e funerali di Sant’Orsola.



Le tele presentano dettagli molto curati con particolari delle architetture, dei costumi, del cerimoniale ufficiale, ma anche della vita quotidiana. Numerosi sono i ritratti di personaggi reali, soprattutto confratelli e membri della famiglia veneziana Loredan, i principali finanziatori del ciclo pittorico. I paesaggi riprendono scorci che ricordano Venezia e l'entroterra collinare veneto. Tutti questi elementi compositivi sono legati tra loro da sublime luce e colore.
L’arte italiana è piena di capolavori creati da artisti che, pur meno noti al grande pubblico, felicemente sorprendono per il loro straordinario talento.
Concludo questa mia personale carrellata con l’opera sotto, che ne è un ulteriore esempio.


Cima da Conegliano
Pietà (1492 circa) – olio su tavola

Giambattista Cima, detto Cima da Conegliano, viene generalmente ritenuto, dagli storici d'arte, un allievo di Giovanni Bellini. È un nome che ha minore risonanza presso il grande pubblico rispetto ad altri famosi artisti veneti suoi contemporanei ma si tratta senza dubbio di una personalità di rilievo, nella pittura fra Quattro e Cinquecento, dell’entroterra veneto della Serenissima, la cui produzione tocca vertici importanti come in questa monumentale Pietà.



Il suo stile pittorico è improntato ad un raffinato classicismo. L’idea compositiva del dipinto è quella di ritrarre i personaggi in un primo piano ravvicinato, come in una specie di zoom fotografico, che aumenta la drammaticità della scena. I personaggi in primo piano presentano comunque un forte realismo e riempiono quindi tutta la scena: il corpo di Cristo deposto dalla croce sembra offerto alla contemplazione dello spettatore, sorretto dalle figure della madre, di Nicodemo e di Giovanni, disposti a semicerchio. Le contemplazioni di Maria di Cleofa a sinistra e la Maddalena a destra chiudono la scena.
Non è conosciuta l’originale destinazione della tavola, forse commissionata da un privato di rango elevato data l’alta qualità esecutiva, anche se non si può escludere che essa fosse semplicemente destinata al mercato artistico. 

Antonio Pezzullo