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Massimo Di Quirico

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Gli articoli di
Antonio Pezzullo



MICHAEL (recensione personale)


Appena qualche giorno dopo dalla sua uscita ufficiale nelle sale di tutto il mondo, senza troppe aspettative, sono andato a vedere con mio figlio il film biografico (Biopic) MICHAEL.

La prima sorpresa che abbiamo riscontrato è stata la fila al botteghino: di lunedì sera, a Portoferraio, per lo spettacolo delle 21:30, era davvero inaspettata!

Il film è iniziato sulle note di Wanna Be Startin’ Somethin’, che ha dato immediatamente una scossa a tutti gli spettatori! La celebre traccia d’apertura del suo album capolavoro "Thriller" è diventata la canzone iconica con cui l’artista iniziava sempre i suoi spettacolari concerti!
Da quel momento in poi, le due ore sono volate via fin troppo velocemente! Alla fine siamo usciti dal cinema veramente soddisfatti. In particolare, non nascondo che io avevo gli occhi un po' lucidi e il cuore pieno perché il ricordo è immediatamente andato a quella lontana e magica serata del 23 maggio 1988 allo stadio Flaminio di Roma, quando un giovane ragazzo vide, come spettatore, il più grande concerto-spettacolo “totale” mai visto!

Ma ritorniamo a MICHAEL. Non è solo un “film biografico” di una vita enorme e complessa. È innanzitutto un viaggio nella storia di una famiglia patriarcale degli anni cinquanta nell’America profonda, operaria e di colore, che sognava il riscatto sociale attraverso la musica, grazie al talento, ai sacrifici, alle sofferenze dei protagonisti, tra cui un bambino prodigio a cui venne imposto di sacrificare la propria infanzia (la stessa che poi cercherà di ritrovare da adulto, per tutta la vita) pur di raggiungerlo. È altresì un meraviglioso viaggio dentro la cosiddetta “black music”, sino ad allora relegata ai margini della cultura americana.
Infine, è la storia di una luce che ha iniziato a brillare sin dall’inizio fino a diventare – grazie all’arte sublime del protagonista - un’icona mondiale, un gioia di massa, un fenomeno planetario. Quella luce non si è mai oscurata, anche quando la sua vita si è conclusa tragicamente. Pochi artisti nella storia hanno raggiunto traguardi così alti, probabilmente solo Elvis e i Beatles, seppure in epoche diverse.
Il film racconta proprio queste cose straordinarie, perciò mi è piaciuto molto, tenuto conto dei naturali limiti e semplificazioni intrinseche che ha ogni riproduzione sul grande schermo.

Apro una parentesi sulla cosiddetta critica cinematografica (a volte mi chiedo chi e che cosa rappresentano) che invece l’ha praticamente stroncato: il film manca di questo, di quello, è superficiale ed edulcorato, tralascia gli aspetti oscuri e scomodi, ecc. Ma in due ore che cosa si pretendeva? Un trattato di psicologia del personaggio che avrebbe pure annoiato gli spettatori? In due ore era impossibile raccontare una vita enorme e complessa, lunga 50 anni, in tutti i suoi dettagli e le sfaccettature possibili. Il film racconta un preciso arco temporale, dalle origini fino ai vertici del successo raggiunto col famoso concerto a Wembley (Londra) del luglio 1988 nell’ambito del Bad world tour. Quello che viene dopo lo si potrebbe raccontare in un probabile sequel, come sembra naturale. Vedremo. La scelta della regia è stata in primis quella di celebrare una carriera strepitosa, una musica straordinaria ancora oggi ineguagliata, un talento purissimo, in ultima analisi la celebrazione di un “sogno americano” realizzato, nonostante tutto.
Il pubblico ne ha decretato non il successo ma il trionfo assoluto: il film ha macinato record su record, proprio come faceva Michael durante la sua strepitosa carriera. Insomma, la critica ha preso un abbaglio colossale: il verdetto è stato chiaro, netto ed inappellabile. Il film ha scagliato una “bomba di emozioni” verso il pubblico che, giovane e meno giovane, fan e solo curiosi, l’ha pienamente percepita. Le scene entusiastiche in tante sale del mondo, mostrate grazie ai social, dove alla fine del film gli spettatori continuavano a ballare e cantare a squarciagola ancora le canzoni del Re del Pop sono cose che ti fanno capire la dimensione senza tempo del fenomeno!

In ogni caso, il film alcuni punti “difficili” li ha comunque trattati seppur con delicatezza, come la figura prepotente del padre-padrone e le sue violenze fisiche sui figli, ossessionato dalla perfezione delle prove, in un tempo e una società molto diversa da quella attuale. Il film non ha nascosto gli atteggiamenti infantili dell’uomo Michael (l’affetto per Peter Pan, Neverland, ecc.), che ci fa capire come la storia della sua “infanzia negata” abbia influito molto sullo sviluppo della sua personalità e nota eccentricità. Uno dei momenti più drammatici del film è stato l’incidente accadutogli durante lo spot della Pepsi, dove i suoi capelli presero fuoco rischiando di perdere la vita: quella profonda ferita al cuoio capelluto (e non solo) lo costrinse ad una lunga degenza ospedaliera. Il regista ha posto l’accento su questo drammatico episodio per sottolineare che proprio da lì, da un lato iniziò la sua lunga dipendenza dagli antidolorifici ma dall’altro accentuò la sua sensibilità alla sofferenza e dolore dei malati, soprattutto più piccoli, attraverso visite private a sorpresa e tante generose, continue donazioni a vari Enti benefici, tra le più alte che siano mai state effettuate.

Il film ha evidenziato lo sviluppo creativo dei brani, il suo modo di “vedere” la musica oltre il suo tempo: questo aspetto mi ha veramente entusiasmato!

La colonna sonora è ovviamente strepitosa! Dai primi grandi successi dei Jackson 5 (meravigliosi i vari ABC, I Want You Back, I’ll Be There, Ben, ecc.) fino al primo grande album solista del Michael ormai maturo, ossia “Off the Wall”. La nascita di quello che considero uno dei più grandi capolavori della sua produzione musicale, Don’t Stop Till Enough è stata entusiasmante, grazie alla presenza di Quincy Jones, il fuoriclasse dei produttori discografici, che ha cambiato per sempre la carriera individuale del giovane Michael. È un pezzo che spacca, allora come oggi, e presenta uno degli “intro” più famosi della storia della musica, con il suo urlo (con quella voce poteva fare tutto) e le percussioni spaziali di Paulinho Da Costa (ancora oggi rivoluzionarie). Nessuno degli spettatori era ben fermo sulla sedia quando sono partite le prime note in sala: una goduria!

Un’altra scena memorabile è stata quando il capo della sua casa discografica CBS, davanti allo stesso Michael e al suo produttore Quincy Jones, ha chiamato il direttore della MTV per “costringerlo” a trasmettere il video musicale di Billie Jean: prima di allora MTV non aveva mai trasmesso musica di artisti neri, solo artisti bianchi. L’episodio cambiò non solo le sorti della MTV ma anche la storia della musica americana: dopo di allora non vi furono più TV o classifiche musicali separate tra artisti bianchi e neri: Michael aveva vinto una battaglia rivoluzionaria contro il razzismo.

Molto belle sono state anche le scene della creazione step by step dei vati brani dell’album capolavoro “Thriller”, a cui parteciparono musicisti di livello mondiale quali i Toto, Eddy Van Halen (che assolo strepitoso quello di Beat It!) e Paul McCartney. Per esigenze narrative questi protagonisti non sono apparsi, anche se qualcosa s’intuiva.

Altro momento memorabile del film è stata la perfetta riproduzione del mitico show al 25 anniversario della Motown, quando Michael svelò per la prima volta al mondo il “moonwalker”, un o dei più celebri passi di danza della storia.

Strepitosa è stata anche l’esibizione di Workin’ Day and Night (altro brano stratosferico tratto dall’album “Off the Wall”) che fece insieme a tutti i suoi fratelli (The Jacksons nel tour Victory), dove durante l’esecuzione Michael annunciò al pubblico che quella sarebbe stata la sua ultima esibizione con i fratelli dopo oltre vent’anni di carriera.

Magnifico è stato il finale con la perfetta riproduzione live diel brano Bad a Wembley 1988. Non è stato un semplice finale, è stato un arrivederci, all’ormai sicuro sequel che, visto il grandioso successo di pubblico, sicuramente ci sarà ed in quella sede la regia potrebbe approfondire temi più difficili, visto che la seconda parte della carriera è molto più complessa.

Il punto che sicuramente ha messo davvero tutti d’accordo sono state le interpretazioni degli attori.
L’attore Colman Domingo, che ha interpretato magistralmente il padre-padrone Josef Jackson, meriterebbe il premio Oscar come attore non protagonista.
La prova del Michael bambino, interpretato da Juliano Krue Valdi, è stata intensa e credibile: c’era il rischio di fare una caricatura di quel bambino prodigio ed invece questo rischio non si è affatto corso.
Jaafar Jackson, il figlio di Jermaine e nipote di Michael, è stata una rivelazione, la sua interpretazione di Michael ha reso il biopic di un’autenticità straordinaria. La sua trasformazione è andata oltre l'apparenza. Ha raggiunto qualcosa di più profondo, che il pubblico ha recepito pienamente, ha colto l’essenza del genio dell’artista! Chapeau! Un pensierino per l’Oscar in veste d’attore protagonista non lo escluderei, vista anche la sua prima volta sul grande schermo.
Ottima anche la prova dell’attore che ha interpretato la guardia del corpo Bil Bray, una delle poche persone che furono veramente vicino alla vita dell’artista.

Che altro dire: questo film non si deve solo guardare, si deve sentire, in tutti i sensi. E poi, poco o tanto che sia (dipende dalla sensibilità personale), qualcosa sicuramente ti rimane, ti resta addosso.
Il Re è morto ma in realtà è sempre vivo. W il Re del Pop!

Antonio Pezzullo

PS Uscendo dalla sala De Lauger, mio figlio mi ha fatto notare che la fila di sedie dove noi eravamo seduti non sono mai rimaste ferme durante il film ed io (quasi) non me ne ero accorto…